Mabon: il giorno in cui l'estate firma la sua lettera d'addio

C'è un momento, ogni anno, in cui la luce cambia inclinazione. Non è ancora freddo, ma non è più caldo. Le ombre si allungano un po' prima del previsto, il cielo delle cinque del pomeriggio ha già qualcosa di dorato e malinconico insieme. Quel momento ha un nome antico: Mabon, l'equinozio d'autunno, che quest'anno cade intorno al 22-23 settembre.

Se Litha era stata l'esplosione, il picco, il pieno mezzogiorno dell'anno, Mabon è il suo esatto contrario: è la pausa a metà del respiro, l'istante in cui il giorno e la notte si guardano allo specchio e si scoprono uguali. Dodici ore di luce, dodici ore di buio. Poi, da lì in avanti, sarà il buio a vincere, un minuto alla volta, fino al solstizio d'inverno.

Non è un caso che così tante culture, in epoche e luoghi lontanissimi tra loro, abbiano scelto proprio questo giorno per fermarsi e dire grazie.

Da dove viene il nome (e perché è più giovane di quanto pensiamo)

Una piccola confessione che agli storici piace ricordare: il nome "Mabon" è recente. Non arriva dai druidi, né da un culto ininterrotto tramandato nei secoli. Fu Aidan Kelly, uno dei fondatori del paganesimo moderno negli Stati Uniti, a coniarlo negli anni '70, prendendolo in prestito da Mabon ap Modron, una figura della mitologia gallese: un giovane dio rapito alla madre pochi giorni dopo la nascita e poi liberato, in una storia che parla di ritorno, di ciclo, di qualcosa che si perde e poi si ritrova.

Kelly cercava un nome che completasse la ruota dell'anno, la Wheel of the Year che oggi conosciamo con i suoi otto punti cardinali: Samhain, Yule, Imbolc, Ostara, Beltane, Litha, Lughnasadh e, appunto, Mabon. Prima di lui, questo secondo raccolto veniva chiamato semplicemente equinozio d'autunno, oppure con nomi più antichi e meno poetici legati alla mietitura.

Questo non rende la festa meno vera. Rende solo più onesta la sua storia: Mabon come lo festeggiamo oggi è una sintesi moderna, un ponte costruito con cura tra pratiche antichissime che esistevano davvero, sotto altri nomi e un bisogno molto contemporaneo di ritrovare un rapporto con le stagioni.

Le radici antiche: il secondo raccolto

Prima che qualcuno gli desse un nome gallese, l'equinozio d'autunno era già, da millenni, un giorno di bilancio.

Nell'antica Grecia, questo periodo era legato ai Misteri Eleusini, i riti dedicati a Demetra e Persefone: la figlia che scende negli inferi segna l'inizio dell'autunno e dell'inverno, il momento in cui la madre della terra si ritira nel lutto e i campi smettono di dare frutti. È forse una delle metafore più belle mai create per raccontare il ciclo delle stagioni: il dolore di una madre che diventa il ritmo stesso della natura.

Nell'Europa celtica, l'equinozio segnava la fine della raccolta principale e l'inizio dei preparativi per l'inverno: si contavano le scorte, si ringraziava la terra, si facevano offerte simboliche perché il resto dell'anno fosse clemente.

Anche le tradizioni anglosassoni avevano un loro "Harvest Home", una festa di fine raccolto con banchetti comunitari, l'ultimo covone di grano portato in processione, canti e danze: un modo molto pratico e molto umano di dire "ce l'abbiamo fatta un'altra volta".

Come si festeggia Mabon nel mondo, oggi

Quello che è rimasto, curiosamente, non è tanto un rito preciso quanto un istinto. Un istinto che attraversa culture diverse con nomi diversi, ma con lo stesso cuore: fermarsi, guardare quello che si è raccolto nei campi e nella vita e prepararsi al ritiro.

  • Nei paesi anglosassoni, le comunità wiccan e neopagane celebrano Mabon con altari stagionali, cesti di frutta e verdura di stagione, mele, pigne, foglie colorate, e piccoli rituali di gratitudine da fare in solitaria o in gruppo.
  • In Germania e Austria, l'Erntedankfest, la festa del ringraziamento per il raccolto, cade proprio in questo periodo: chiese decorate con grano e ortaggi, processioni, banchetti comunitari, un'eco diretta di quell'Harvest Home di cui parlavamo prima.
  • Negli Stati Uniti, l'eredità più visibile è probabilmente quella del Thanksgiving, che pur cadendo più avanti nell'autunno condivide con Mabon lo stesso gesto fondativo: la tavola come luogo di gratitudine.
  • In Cina e in altri paesi dell'Asia orientale, quasi in perfetta sincronia astronomica, si celebra il Festival di Metà Autunno: lanterne, torte alla luna, famiglie riunite sotto un plenilunio che cade proprio intorno all'equinozio.
  • In Italia, non esiste una festa laica dedicata all'equinozio, ma le sue tracce si trovano ovunque nelle sagre di paese: la vendemmia, la castagnata, le fiere del tartufo. Piccoli Mabon locali, celebrati senza saperlo, da generazioni.


Cosa resta di Mabon, oggi

Spogliata di ogni riferimento esplicitamente religioso o mitologico, Mabon oggi sopravvive soprattutto come pratica, più che come festa. È diventata, per chi ama lo slow living, una specie di rito laico personale: un giorno o una settimana, diciamocelo, chi si ferma mai esattamente il 22 settembre per fare un bilancio a metà tra il concreto e l'emotivo?

E qui arriva la domanda che forse ti sei fatta anche tu: si può festeggiare Mabon senza essere pagani, senza credere in nessuna divinità, senza sentirsi "addetti ai lavori" di una tradizione esoterica? La risposta breve è sì. La risposta lunga è che, in un certo senso, lo festeggiamo già tutti, ogni volta che a settembre sentiamo il bisogno improvviso di riordinare un cassetto, di comprare candele nuove, di dire basta a qualcosa che nell'estate ci sembrava ancora sostenibile. Mabon, spogliato del suo vocabolario neopagano, è semplicemente il permesso antico quanto la specie umana di fermarsi a metà del cammino e guardare indietro prima di continuare.

Ecco qualche modo concreto per viverlo, senza bisogno di altari o di credenze particolari.

Fai un bilancio, ma scritto. Non un pensiero fugace sotto la doccia: prenditi venti minuti, un quaderno, e rispondi a tre domande semplici. Cosa ho raccolto quest'anno un progetto, un'abitudine, una relazione che è cresciuta? Cosa ho lasciato andare, volontariamente o no? Cosa porto con me nella stagione che arriva? Non serve che sia poetico. Serve che sia onesto.

Cucina qualcosa che richieda tempo. Mabon nasce come festa del raccolto, e il modo più diretto per sentirla addosso è tornare in cucina con ingredienti di stagione: zucca, mele, pere, castagne, radici. Una torta lasciata a cuocere per un'ora intera è già, di per sé, un piccolo rituale di lentezza molto più efficace di qualsiasi formula recitata a voce alta.

Fai ordine, ma con intenzione. Non le pulizie di primavera al contrario: un riordino mirato, magari di un solo angolo della casa la scrivania, l'armadio, il comodino accompagnato dalla domanda "questo oggetto mi serve ancora per la stagione che sta arrivando?". È lo stesso gesto simbolico dei covoni di grano portati via dai campi: si tiene ciò che nutre, si lascia andare il resto.

Porta dentro casa un po' di quello che c'è fuori. Una passeggiata con l'unico scopo di raccogliere quello che l'autunno sta già offrendo foglie colorate, pigne, rametti, le prime castagne cadute e portarlo dentro casa, magari su una mensola, in una ciotola, accanto a una candela. Non decorazione: un piccolo altare laico alla stagione che cambia, se vogliamo chiamarlo così, o semplicemente un centrotavola, se preferiamo restare pratici.

Condividi una tavola. Che sia una cena con due amiche o un pranzo di famiglia, il gesto del banchetto quello di Harvest Home, quello del Thanksgiving, quello dell'Erntedankfest resiste perché funziona ancora: la gratitudine si dice meglio a voce, a tavola, con qualcuno davanti.

Accendi una luce all'imbrunire. Con le giornate che si accorciano, il momento in cui il sole tramonta diventa via via più presente nella vita quotidiana. Accendere una candela proprio in quell'istante non prima, non dopo è un modo semplicissimo per segnare fisicamente il passaggio, anche solo per pochi minuti, tra la luce e il buio che arriva.

Non serve credere in nulla di specifico per sentirne il richiamo. Basta notare che le giornate si accorciano, che la luce del tardo pomeriggio ha un colore diverso, e concedersi il permesso di rallentare insieme a lei.


E tu, come lo senti arrivare, l'equinozio? C'è un piccolo rito che ti aiuta a segnare il passaggio verso l'autunno?

1 comment

  1. Bellissimo articolo, sicuramente quest'anno cercherò di celebrarlo nella mia maniera più personale, magari passando del tempo con la mia persona speciale!

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