Riflessioni sul confine sottile tra fastidio e convivenza.
C'è una cornacchia in via Damiani, a Pordenone, che nelle ultime settimane ha fatto più rumore di molte notizie ben più grandi.
Ha un nido tra gli alberi della strada. Ha dei pulcini da proteggere. E ha fatto quello che qualunque genitore umano o no farebbe: ha difeso il suo territorio con tutto quello che aveva. Becco compreso.
I residenti hanno segnalato aggressioni. Il sindaco ha firmato un'ordinanza. Poi un'altra. Poi una terza. La parola usata nei documenti ufficiali era "prelievo selettivo eutanasico" un modo molto burocratico per dire: ammazziamola. Le associazioni animaliste tra cui la LAV, la LNDC e un'associazione locale chiamata "Zampe Che Danno Una Mano" hanno fatto ricorso sostenendo che esistessero soluzioni alternative, non violente. L'8 giugno il TAR del Friuli Venezia Giulia ha sospeso l'ordinanza, stabilendo che non era stato dimostrato in modo sufficiente che non esistessero alternative alla soppressione.
Per ora, la cornacchia è salva.
Ma questa storia piccola, di quartiere, quasi comica nella sua burocrazia mi ha lasciato un pensiero che non riesco a scrollarmi di dosso.
Nessuno ha chiesto perché
Le cornacchie non sono animali stupidi. Sono tra i corvidi più intelligenti che esistano: hanno memoria a lungo termine, riconoscono i volti umani, trasmettono informazioni ai propri simili. Se una cornacchia attacca le persone con quella costanza cinquantanove giorni, nove aggressioni documentate in un solo giorno a metà maggio è perché qualcosa, prima, l'ha convinta che quegli esseri umani rappresentassero una minaccia.
Non lo sappiamo cosa è successo. Nessun articolo ne parla. Nessuna ordinanza lo menziona.
Forse qualcuno si è avvicinato al nido. Forse qualcuno ha toccato i pulcini. Forse è stato un gesto inconsapevole, forse un caso di cattiveria gratuita verso l'animale? Un bambino curioso, una mano tesa con buone intenzioni? Non importa: per lei è diventato un ricordo. E i ricordi, per una cornacchia, durano.
Eppure la domanda "perché attacca?" sembra non essere mai stata al centro del dibattito. Al centro c'era solo: come la eliminiamo.
Il fastidio come emergenza
Viviamo in un'epoca in cui abbiamo perso la pazienza con tutto ciò che ci disturba.
Una cornacchia che becca? Ordinanza. Un odore sgradevole? Denuncia. Una pianta che cresce storta sul marciapiede? Abbattimento. Siamo diventati così abituati a risolvere il disagio con la rimozione che ci siamo dimenticati che esistono altre opzioni: aggirare, coesistere, capire, aspettare.
Il nido di una cornacchia dura qualche settimana. I pulcini crescono, imparano a volare, e la famiglia si sposta. Era sufficiente aspettare. Mettere un cartello. Deviare il percorso pedonale. Invece si è arrivati a tre ordinanze, un ricorso al TAR, presidi all'alba, polemiche politiche persino una consigliera comunale delegata al benessere animale che si è schierata pubblicamente contro il suo stesso sindaco.
Tutto questo per una cornacchia con un nido.
La convivenza non è una concessione
C'è una parola che mi torna in mente spesso, ultimamente: convivenza.
Non nel senso sentimentale e buonista del termine. Nel senso più letterale: vivere insieme. Condividere uno spazio. Accettare che quel spazio non ci appartiene.
Gli animali selvatici non sono ospiti nelle nostre città ci siamo noi nei loro territori, o almeno in quello che ne è rimasto. Le cornacchie, i colombi, le volpi urbane, i cinghiali che scendono a valle: non sono invasori. Sono creature che si sono adattate a un mondo che noi abbiamo ridisegnato intorno alle nostre comodità, e che ora con una certa coerenza darwiniana cercano di sopravvivere in quello che è rimasto.
Eliminarli ogni volta che ci danno fastidio non è una soluzione. È solo una rimozione temporanea del sintomo, senza mai toccare la causa.
Quello che una cornacchia ci insegna
La cornacchia di Pordenone è diventata un caso nazionale. Ha avuto avvocati, presidi, articoli di giornale. È una storia quasi assurda, se ci pensi eppure è anche una storia che dice molto su dove siamo arrivati.
Siamo così lontani dal mondo naturale da non riuscire più a tollerare nemmeno il tempo di attesa che serve a un pulcino per imparare a volare.
Siamo così abituati al controllo da sentirci in diritto di eliminare tutto ciò che sfugge alla nostra gestione.
E siamo, forse, così soli così disconnessi dagli altri esseri viventi che ci spaventa persino una presenza animale che non abbiamo scelto, che non possiamo accarezzare, che non obbedisce.
La contraddizione, in fondo, è reale: la stessa regione che ha combattuto per settimane l'abbattimento di questa cornacchia ha approvato un piano quinquennale che prevede l'abbattimento di circa 13.000 corvidi entro il 2029 per motivi agricoli. Il problema, dunque, non era la cornacchia. Era il fastidio che dava a noi, proprio lì, proprio adesso.
Forse la cosa più onesta che possiamo fare è ammetterlo: non siamo bravi a condividere il mondo. Non siamo bravi ad aspettare, a cedere il passo, a riconoscere che qualcosa che ci infastidisce potrebbe avere le sue buone ragioni.
La cornacchia di via Damiani stava solo facendo la madre.
Noi stavamo facendo... cosa, esattamente?
Hai seguito anche tu questa storia? Cosa ne pensi? Scrivimi nei commenti mi piace molto sapere come la vedete.


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