C'è un momento, ogni anno, in cui me ne accorgo senza nemmeno guardare il calendario. Non è una data precisa, è più un cambio di luce: quella luce del tardo pomeriggio che improvvisamente si fa obliqua, dorata, un po' malinconica. È un peso diverso nell'aria quando esco la mattina, un'umidità nuova che si posa sulle cose. Quest'anno è arrivato con qualche giorno di anticipo, come se l'estate per una volta avesse deciso di lasciarmi andare senza fare troppe storie.
Per me l'abbassamento delle temperature non è mai stata una perdita. È il contrario: è quando ricomincio a sentirmi viva davvero. L'estate mi svuota lo dico ogni anno più o meno con le stesse parole, e ogni anno è vero allo stesso modo mentre l'autunno mi restituisce qualcosa. Energia, voglia di fare, voglia di accendere una candela, voglia di tirare fuori le prime copertine in cotone solo per il gusto di sentirne il peso. Non è una metafora, è biologia pura: sto meglio quando fa freddo, punto. E con me tornano anche i piccoli rituali che l'estate rende impossibili il tè caldo la sera dopo cena, tenuto in mano solo per scaldarsi le dita, le finestre semi chiuse la sera, il silenzio più denso.
E quest'anno il ritorno è anche molto concreto: torno in atelier. Torno a colare la cera di cocco, che con il caldo semplicemente non perdona (ve l'ho raccontato più volte) e che per tutta l'estate resta in pausa, mentre io mi accontento di miscele su carta, di appunti, di fragranze immaginate ma non ancora versate. Rientrare tra i miei attrezzi dopo mesi, riaccendere lo scaldacera, sentire di nuovo quell'odore della cera che si scioglie piano e si mescola alle prime gocce di fragranza: è un rituale che aspetto quanto l'autunno stesso. C'è qualcosa di quasi cerimoniale nel primo colaggio della stagione, come se anche l'atelier avesse bisogno del suo momento di risveglio, esattamente come me.
Ma quest'aria che cambia porta con sé anche altro, quest'anno. Mi accompagna verso una data che per me non è mai stata solo una casella sul calendario: il Día de los Muertos.
Non sono messicana, non sono cresciuta con quella tradizione addosso fin da bambina, eppure ogni anno la sento avvicinarsi come qualcosa che mi appartiene comunque. Forse perché è una delle poche ricorrenze che non chiede di allontanare la morte, ma di farla sedere a tavola, letteralmente. Ofrende cariche del cibo preferito di chi non c'è più, fiori di cempasúchil che con il loro colore acceso sembrano fatti apposta per illuminare la strada di ritorno, fotografie appoggiate con cura, oggetti che raccontano una vita intera, e poi le candele, sempre le candele, in ogni cultura finiscono per essere il modo più semplice e più antico per dire "sei ancora qui con noi, ti aspettiamo, la luce è accesa".
E quest'anno, più di altri, spero che quella strada sia percorribile anche per me. Spero di sentire mia madre più vicina, in quei giorni. Non in senso letterale, o forse sì, non lo so bene nemmeno io ma in quel modo in cui certe presenze diventano più leggere da portare quando gli si dedica uno spazio, un gesto, un piccolo altare fatto anche solo di una foto e di una fiamma, invece di tenerle chiuse in un cassetto insieme a tutto il resto.
Nelle prossime settimane voglio raccontarvi di più su questa usanza: da dove viene, come si celebra davvero al di là degli stereotipi che spesso vediamo, quali sono i simboli e perché contano, e soprattutto perché ha senso onorare la morte anche con allegria, con colore, con musica, con il cibo preferito di chi non c'è più, e non solo con il silenzio e la tristezza a cui siamo abituati ad associarla in questa parte di mondo. Credo sia una delle lezioni più belle che una tradizione possa insegnarci: che si può piangere qualcuno e, allo stesso tempo, festeggiare il fatto che sia esistito. Che il lutto e la gioia, in fondo, non sono mai stati davvero nemici.
Per ora vi lascio solo con questo: l'aria è cambiata, l'atelier si è riacceso, e dentro di me si sta preparando piano un piccolo altare fatto di parole, prima ancora che di fiori. Va bene così. Anzi, va benissimo.
Vicky

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