Il giorno in cui i morti tornano a cena

 Come è nata la tradizione del Día de los Muertos, e perché forse dovremmo imparare tutti a festeggiare la memoria invece di temerla

Se chiedessi a un bambino messicano cosa succede il 2 novembre, probabilmente non ti parlerebbe di lutto, ma di una festa: quella in cui i nonni tornano a trovarti. Non è un modo di dire, non è una metafora consolatoria per addolcire un discorso difficile. È, letteralmente, ciò in cui credono da generazioni intere famiglie: che in quei giorni le anime dei defunti facciano ritorno a casa, guidate dal profumo dei fiori e dalla luce delle candele, per sedersi ancora una volta a tavola con chi le ama.

È una prospettiva che mi disorienta ogni volta che ci penso, abituata come sono a un'idea di morte fatta di silenzi e di porte chiuse. E proprio per questo, da tempo volevo scrivere di questa tradizione: non solo per il suo fascino estetico che su chi, come me, ama l'autunno esercita una presa fortissima ma perché credo nasconda una lezione preziosa su come stare al mondo. Allora oggi partiamo dall'inizio: da dove viene, davvero il Día de los Muertos?


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Le radici, molto prima della Spagna

Per capire questa festa bisogna tornare indietro di almeno tremila anni, ben prima dell'arrivo dei conquistadores spagnoli in America. Le civiltà mesoamericane aztechi, maya, purépecha, totonachi non consideravano la morte come una fine, ma come una tappa di un lungo viaggio. Per gli aztechi, in particolare, l'anima del defunto attraversava diversi livelli dell'oltretomba prima di raggiungere il Mictlán, il regno dei morti, governato da due divinità: Mictlantecuhtli e la sua compagna Mictecacíhuatl, la "Signora della Morte".

Mictecacíhuatl è considerata l'antenata diretta della Catrina, la figura scheletrica ed elegante che oggi è diventata il simbolo più riconoscibile della festa. Nell'iconografia azteca veniva rappresentata come uno scheletro, custode delle ossa dei defunti e protettrice dei loro riti. Un'immagine che oggi potrebbe apparire inquietante, ma che allora aveva un significato completamente diverso: la morte non era nemica della vita, ne era semplicemente la continuazione, in un'altra forma.

In agosto, secondo il calendario azteco, si celebrava una festività dedicata proprio a questa dea, che durava un mese intero. Era un momento collettivo di offerte, danze e cibo condiviso con chi non c'era più: la base, quasi intatta, di quello che oggi conosciamo.

Foto: Statua di Mictecacíhuatl / American Institute of the Humanities
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L'incontro (scontro) con il cattolicesimo

Con la colonizzazione spagnola, a partire dal Cinquecento, i missionari cattolici cercarono in ogni modo di sradicare i riti indigeni, ritenuti pagani e incompatibili con la fede cristiana. Ma le tradizioni radicate da millenni non si cancellano con un decreto: si trasformano. È così che la festa azteca dedicata ai morti finì per sovrapporsi, quasi naturalmente, alle festività cattoliche di Ognissanti (1 novembre) e della Commemorazione dei defunti (2 novembre), portate dagli spagnoli.

Il risultato non fu una sostituzione, ma un sincretismo: due visioni della morte, quella europea più sobria e quella mesoamericana più gioiosa e sensoriale, che si intrecciarono fino a diventare un'unica celebrazione, con un calendario cattolico ma un'anima profondamente indigena. Ancora oggi la festa si articola su più giorni: il 1° novembre è dedicato tradizionalmente alle anime dei bambini defunti (los angelitos), il 2 novembre a quelle degli adulti.

Non temere la morte, ma parlarci, imbandirle la tavola, raccontarle le novità dell'anno.
Foto :Conquistadores spagnoli assediati nel palazzo di Tenochtitlan da guerrieri aztechi (tra cui un guerriero aquila). Illustrazione tratta dal Codex Durán, 1581.

 

L'altare che diventa ponte

Al centro di tutto c'è l'ofrenda (offerta), l'altare domestico allestito nelle case messicane in questi giorni. Non è un semplice addobbo: è pensato come un vero ponte tra i vivi e i morti, costruito seguendo simboli precisi tramandati da generazioni.

Ci sono i fiori di cempasúchil, i tagete color arancio intenso, il cui profumo intenso e i petali sparsi a terra si crede guidino le anime verso casa. Ci sono le candele, una per ogni defunto ricordato, accese per illuminare il cammino nel buio. Ci sono foto dei propri cari, acqua per dissetarli dopo il lungo viaggio, sale per purificarli, copal che brucia per profumare l'aria, e naturalmente il cibo che amavano in vita: un piatto di mole, del pane appena sfornato, a volte persino una bottiglia della loro bevanda preferita.

Il pan de muerto, il pane dolce decorato con forme che ricordano ossa incrociate( per chi volesse provare a farli più avanti lascerò la ricetta perfetta!) , e le calaveritas de azúcar , i teschi di zucchero colorati con il nome del defunto scritto sulla fronte, completano l'altare. Ogni elemento ha una funzione, ogni oggetto è un invito: torna, siediti, raccontami com'è andato l'anno.

Foto : Ofrenda per altari


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Perché questa festa parla anche a noi

Quello che trovo più bello, e più utile, di questa tradizione è la sua pedagogia sottile: insegna che si può stare con il dolore senza esserne schiacciati, che la memoria non deve per forza essere cupa per essere autentica. Nella cultura in cui sono cresciuta, la morte si allontana, si copre, se ne parla il meno possibile. Nel Día de los Muertos, invece, la si invita a tavola.

Non è un caso che questa festa sia oggi riconosciuta dall'UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell'umanità: non celebra la fine, celebra la continuità degli affetti. E forse è proprio questo il motivo per cui, ogni autunno, mi ritrovo a pensarci: perché in fondo parla la stessa lingua dello slow living che provo a praticare ogni giorno, quella che dice che rallentare, ricordare, dare spazio ai riti non è tempo perso, è tempo che si prende cura di noi.

Nelle prossime settimane continueremo questo viaggio, parlando più nel dettaglio dei simboli di questa festa e di come, a modo nostro, possiamo lasciarci ispirare per onorare chi non c'è più con più leggerezza e meno paura.

A presto,
Vicky

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