I simboli del Día de los Muertos, e il significato nascosto dietro ogni fiore, ogni candela, ogni dettaglio dell'ofrenda
Nell'articolo scorso abbiamo ripercorso insieme la storia di questa festa: le sue radici azteche, l'incontro con il cattolicesimo, il senso profondo di un rito che invita la morte a tavola invece di allontanarla. Oggi vorrei fermarmi su un aspetto che trovo affascinante quanto la storia stessa: il linguaggio simbolico che questa celebrazione ha costruito nei secoli. Perché il Día de los Muertos non si racconta solo a parole. Si racconta per immagini, colori, profumi: un vero e proprio alfabeto silenzioso, che chi lo conosce sa leggere a colpo d'occhio.
Ogni elemento dell'ofrenda, ogni figura che compare nei festeggiamenti, ha una funzione precisa e un significato tramandato di generazione in generazione.
La Catrina: l'eleganza che sfida la morte
Se c'è un'immagine capace di riassumere l'intero spirito della festa, è lei: La Catrina, lo scheletro femminile vestito con un elegante abito d'epoca e un cappello piumato, diventato ormai il volto pubblico del Día de los Muertos in tutto il mondo.
La sua origine, però, è più recente di quanto si pensi e ha un'anima satirica, non religiosa. Nasce nel 1910 dalla matita del caricaturista messicano José Guadalupe Posada, che la disegnò come critica sociale: un'illustrazione pungente rivolta a quei messicani che, all'epoca del regime di Porfirio Díaz, rinnegavano le proprie origini indigene per scimmiottare l'aristocrazia europea. Posada la chiamò inizialmente "La Calavera Garbancera", proprio a indicare chi vendeva ceci (garbanzos) ma si vergognava della propria identità contadina, travestendosi da europeo.
Fu il grande muralista Diego Rivera, decenni dopo, a ribattezzarla "Catrina" e a renderla immortale, inserendola nel celebre murale "Sogno di una domenica pomeriggio nel Parco Alameda". Da lì in poi, La Catrina è diventata un simbolo potentissimo: ci ricorda, con un'eleganza quasi ironica, che davanti alla morte siamo tutti uguali, ricchi o poveri, e che vestirla a festa è un modo per guardarla senza paura, quasi con un sorriso.
Il cempasúchil: il fiore che guida a casa
Se cammini per le strade messicane in questi giorni, il colore che più di ogni altro ti colpirà è l'arancio acceso del cempasúchil, il fiore di tagete originario del Messico, chiamato anche "fiore dei venti" nella lingua nahuatl (cempōhualxōchitl, letteralmente "il fiore dai venti petali").
Non è una scelta estetica casuale. Si crede che il suo profumo intenso e il colore vivido siano un vero e proprio faro per le anime, capaci di orientarle nel buio e riportarle verso casa. Per questo i petali vengono spesso sparsi a terra, disegnando un percorso dorato che parte dalla porta d'ingresso e arriva fino all'ofrenda: un sentiero luminoso, pensato apposta per non far perdere la strada a chi torna.
Papel picado: l'aria che si fa festa
Appesi come festoni sopra gli altari e per le strade, i papel picado sono fogli di carta velina colorata, intagliati a mano con motivi intricati: teschi, fiori, figure danzanti. Il loro significato è tanto poetico quanto pratico: rappresentano l'elemento aria all'interno dell'ofrenda (che tradizionalmente racchiude i quattro elementi naturali) e, muovendosi al vento, segnalano simbolicamente il passaggio delle anime tra i vivi.
Il cibo che diventa memoria
Nessuna festa messicana è pensabile senza cibo, e il Día de los Muertos non fa eccezione. Ma qui il cibo assume un significato che va oltre il nutrimento: è un vero e proprio gesto d'amore rivolto a chi non c'è più.
- Il pan de muerto: un pane dolce, morbido e profumato d'arancia e fiori d'arancio, decorato in superficie con strisce che imitano ossa incrociate e una piccola sfera al centro, a rappresentare il teschio o, secondo alcune interpretazioni, le lacrime versate per il defunto.
- Le calaveritas de azúcar: piccoli teschi di zucchero (o a volte cioccolato o amaranto) decorati con colori sgargianti, spesso personalizzati con il nome della persona a cui sono dedicati, scritto sulla fronte con la glassa. Sono un dolcissimo modo di scherzare con la morte, di renderla familiare invece che temuta.
- I piatti preferiti del defunto: mole, tamales, atole, o qualunque pietanza amasse in vita, preparata e lasciata sull'altare perché possa, secondo la tradizione, nutrirsi della sua essenza.
Impastare il pan de muerto è un piccolo rito: le mani che lavorano, l'attesa della lievitazione, il profumo d'arancia che cresce insieme al pane.
Gli elementi che completano l'ofrenda
Oltre ai fiori e al cibo, ogni altare tradizionale include altri dettagli, ciascuno con un ruolo preciso:
- Le candele: rappresentano l'elemento fuoco e illuminano il cammino di ritorno delle anime nel buio della notte. Spesso se ne accende una per ogni persona ricordata.
- L'acqua: lasciata in un bicchiere o una brocca, serve a dissetare le anime dopo il lungo viaggio dall'aldilà e a purificarle prima di raggiungere l'altare.
- Il sale: elemento di purificazione, protegge il corpo dell'anima affinché possa fare ritorno l'anno successivo senza corrompersi lungo il cammino.
- Il copal: una resina aromatica bruciata come incenso fin dai tempi precolombiani, il cui fumo profumato purifica lo spazio e, secondo la tradizione, facilita la comunicazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
- Le fotografie: poste al centro o nella parte più alta dell'altare, danno un volto e un'identità precisa a chi si sta celebrando.
- Gli oggetti personali: un mazzo di carte, uno strumento musicale, un giocattolo per i bambini (los angelitos): piccoli frammenti di una vita, lasciati lì perché quella presenza si senta ancora riconosciuta.
Nelle tradizioni più elaborate, l'ofrenda si costruisce su più livelli: due livelli rappresentano il cielo e la terra; tre aggiungono il purgatorio; sette, il numero più completo, rappresentano le tappe che l'anima deve attraversare nel suo viaggio verso il riposo eterno, secondo la cosmologia precolombiana. Ogni gradino, in questi casi, ospita elementi specifici, in un crescendo simbolico che va dal terreno allo spirituale.
La farfalla monarca e il piccolo Xolo
Ci sono poi due figure del mondo animale che si intrecciano a questa festa in modo sorprendente. La prima è la farfalla monarca: ogni anno, con una migrazione che ha dell'incredibile, milioni di questi insetti arrivano in Messico proprio nei giorni del Día de los Muertos, dopo un viaggio di migliaia di chilometri dal Nord America. Per molte comunità indigene, in particolare quella purépecha, le farfalle monarca sono da sempre considerate le anime dei defunti che tornano a far visita ai propri cari, un'immagine di una poesia disarmante.
La seconda è lo xoloitzcuintle, il cane nudo messicano, considerato nella mitologia azteca la guida delle anime nel loro viaggio verso il Mictlán: si credeva che questi cani aiutassero i defunti ad attraversare un fiume per raggiungere l'aldilà, ed è per questo che, ancora oggi, piccole statuette o immagini dello Xolo trovano spesso posto sugli altari.
Ogni simbolo, in fondo, dice la stessa cosa: non sei stato dimenticato.
Un linguaggio che parla anche a noi
Quello che amo di questo universo simbolico è che, guardato da vicino, non racconta solo il Messico: racconta un modo universale di prendersi cura della memoria. Ogni fiore, ogni candela, ogni piccolo gesto ripetuto negli anni diventa un rito, e i riti lo sappiamo bene, noi che amiamo lo slow living sono ciò che dà forma al tempo, che trasforma il ricordo da peso a presenza.
Nel prossimo appuntamento della serie parleremo proprio di questo: come, a modo nostro e nella nostra quotidianità, possiamo lasciarci ispirare da questi simboli per onorare chi non c'è più con più leggerezza, più colore, meno paura.
A presto,
Vicky





Stupendo! Non vedo l'ora di leggere il prossimo articolo, mi piacerebbe includerla nella mia pratica
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